|
|
Un libretto
on line di Carla Pilolli
QUANDO I DIPINTI SONO UN OPTIONAL
Ai vernissage la mostra della solita gente con le facce nuove

Un mondano a Roma non può
sottrarsi davvero alle mostre di pittura che si susseguono a
pieno ritmo ma l’ultima cosa che deve fare quando si reca ad un
vernissage è guardare i dipinti. Se gli punge, infatti, vaghezza di
contemplare un quadro non potrà tenere il conto di chi c’è o non c’è
per poi poter commentare: "Sai, ho visto un sacco di facce nuove!
La solita gente m a con la faccia nuova”. Un mondano è un osservatore
acutissimo per quel che riguarda i restauri facciali cui si
sottopongono regolarmente quelli del suo giro. Non gli sfugge il benché
minimo ritocco fosse anche l’eliminazione della casquette, ossia la
pelle superflua della palpebra che finisce per formare un cappello da
fantino sopra l’occhio oppure
la riduzione della pappagorgia che, in effetti, non orna più il mento di
Mario d’Urso (foto a destra), l’elegantone che non potendo più ricoprire il ruolo
di accompagnatore né di Gianni Agnelli, né di Margareth
d’Inghilterra, per decessi avvenuti, è passato a chaperonare il
presidente della Camera del Governo Prodi, ossia Fausto Bertinotti
(una carriera da sindacalista) e sua moglie Lella (foto in
apertura), rappresentanti mondani della classe operaia che, rimanendo
all’inferno, ha mandato la first coppia di Rifondazione
Comunista in paradiso. Di questi incommensurabili “salti della
quaglia” italici per cui "dal padronato si passa al sindacato", le frotte
della mondanità che affluiscono alle mostre vi sanno dire tutto mentre
dei quadri esposti al vernissage non conoscono nemmeno l’autore.
E non è detto che, a volte, non sia meglio ignorare il nome di chi
espone. Potrebbe mettere in pericolo la degustazione del buffet
che, come ben si sa, è il momento più alto dei vernissage romani;
il più entusiasmante stando all’impeto con cui gli invitati
assaltano le tavole imbandite infischiandosene di farsi
riprendere a fauci spalancate, nel momento di ingurgitare il boccone e
mettere in moto le mandibole, dal più dissacratore dei fotografi
della capitale. Peraltro da loro stessi ricercatissimo.
Immaginate un po’ se quella mescolanza che confluisce ai vernissage
costituita da civettone non ancora in disarmo, nonne manager,
banchieri farfalloni, onorevoli, aristocratici, aspiranti starlette,
sapesse, per esempio che tra i pittori figura, che so, Piero Manzoni,
quello che espose alla Biennale di Venezia
la “merda d’artista”, inscatolata come la carne Simmenthal. Be’ non c’è
dubbio che ai più deboli di stomaco, i bocconi del catering
potrebbero andare di traverso. O forse no perché non si è mondano
se non si ha lo stomaco resistente a tutto. A prova di bomba. Con i cocktails e i pranzi da mandar giù in una vita di relazioni. Eppoi non è
detto che il nome di Piero Manzoni insieme a quello della sua
“opera” intitolata alla materia organica, dica qualcosa ai più. Potrebbe
al massimo provocare battute del tipo: "Manzoni chi? Quello de “I
promessi Sposi”? Visto che la gente di Roma che “sa vivere” non
sa né di greco, né di latino. Ossia non sa niente di niente. A suo tempo
rimase inciso nelle cronache, per il suo massimo disdoro
culturale, l’incidente lessicale in cui incorse il comandante Achille
Lauro (nella foto in basso) che, divenuto senatore, non seppe leggere in modo
corretto a
Palazzo Madama il discorso scrittogli da un suo collega politico, il
senatore Fiorentino. Inciampò infatti nell’espressione “la tela di
Penelope” che ricorreva più volte in relazione alla politica del
centro-sinistra continuamente rivista, corretta e rifatta anche allora.
Ebbene il Comandante completamente digiuno di mitologia greca, pronunciò
Penelòpe e, nonostante il brusio dell’aula, tirò
avanti continuando a mettere l’accento sbagliato ogniqualvolta si
ritrovò tra i denti la moglie dell'eroe d'Itaca. Solo quando colse,
oltre al brusio, una risatina sul volto degli altri senatori,
s’interruppe e volgendosi verso il vero autore del discorso, gli
sventolò i fogli che teneva in mano tuonando: “Ma insomma si può
sapere chi cazz’è questa Penelòpe?” Di contro i nuovi onorevoli del
2006, intervistati da i cronisti de “Le Iene” hanno
mostrato di non conoscere né la data della scoperta dell’America, né
quella della Rivoluzione Francese. Quanto a Papa Ratzinger, una
neo-deputata è riuscita a dire che il suo nome papale è Bonifacio.
Insomma dai tempi di Lauro si va di male in peggio. Si moltiplicheranno
dunque anche alle mostre di pittura i personaggi predisposti a far dei
grossi scivoloni sul culturale. Tipo quell’aspirante mondana che
disse così a taluni radical-chic che le annunciavano di essere in
partenza per Venezia diretti al Campiello che, com’è noto è un
rilevante premio letterario: "Ah no! Io a Venezia scendo sempre
al Danieli (ossia al famosissimo albergo degli amori di
Chopin e George Sand). Molière, a suo tempo, non identificò forse
“Le precieuses ridicules?” Esistono poi gli “ignoranti di genio”,
tra cui va ricordato uno degli editori italiani più famosi. Angelo
Rizzoli,

detto “il cumenda”. Quando uno dei suoi giornali pubblicò a puntate le
memorie carcerarie di un eroe risorgimentale come Silvio
Pellico, lui, Rizzoli, l’editore rimarcò che Pellico era davvero
bravo e che quindi bisognava fargli scrivere altri capitoli della
sua storia. Detto questo, il cumenda resta un grande: il
fondatore di un impero di carta che anche se non appartiene più alla
famiglia a causa di vicende a tinte fosche, continuerà per
l’eternità a portare il suo nome. Così come si perpetuerà la
memoria del produttore cinematografico Peppino Amato, se non
altro perché produsse “La dolce vita”. Anche Peppino Amato non
aveva letto Montaigne, Dante o Pascal, ma non per questo incorreva nel
“paté d’animo”, come lo chiamava lui che anche senza il patema rimaneva
una persona geniale. D’altronde la società romana abbonda di personaggi
il cui livello di conversazione è gastro-sessuale senza implicazioni
culturali di sorta. Non può meravigliare quindi che ai vernissage tutti
si interessano a tutti meno che ai dipinti. E’ sempre stato così. Solo
che nel passato i mondani non guardavano, come non li guardano oggi i
quadri esposti alle mostre, ma li compravano o li facevano acquistare
dagli arredatori. Oggi li vendono. Mettono sul mercato il resto dei
quadri di famiglia.

|
|
|