DONNE CONTRO IN CASA AGNELLI
   

Le mordaci battute di nonna Jane e l’indipendenza di spirito di mamma Virginia

Non deve meravigliare se anche le quattro Agnelli, sorelle dell’Avvocato, CLARA, SUNY, MARIA SOLE e CRISTIANA, sono scese in campo contro la nipote Margherita, l’unica figlia di Gianni Agnelli, dissociandosi dalla sua azione giudiziaria volta ad appurare a quanto ammonta l’eredità di suo padre. Le donne in casa Agnelli hanno spesso prodotto notevoli turbolenze. A questo proposito pubblichiamo uno scritto di Carla Pilolli che rievoca le due figure femminili di casa Agnelli che hanno trasmesso alle altre un particolare DNA.

UN SERVIZIO DI CARLA PILOLLI

Si è sempre saputo che Gianni Agnelli è stato un uomo di successo anche con le donne. E che le sue avventure, da quella giovanile con la principessa romana che tentò per amor suo il suicidio all’altra con una famosa attrice straniera che forse gode ancora oggi di una sorta di vitalizio, hanno sempre fornito alla society internazionale maliziosi spunti di conversazione. L’Avvocato aveva tutto per piacere a dame e donzelle e dame e donzelle gli sono piaciute moltissimo. Ma, al di là della moglie Marella, nata principessa Caracciolo, due sono state le donne fondamentali nella sua vita: quelle da cui ha avuto di più: la nonna Jane Allen Campbell, principessa di San Faustino che gli trasmise, insieme al sangue americano, il caustico umorismo e la madre, la bellissima Virginia Bourbon del Monte da cui ereditò, con la nonchalance aristocratica, quella particolare indipendenza di spirito.

LA NONNA
La nonna americana, le cui mordaci battute dette con un miagolante accento yankee erano uno spasso per l’allora adolescente Gianni, aveva una specie di favola di Cenerentola alle spalle. Nata nel New Jersey dal secondo matrimonio di un ricco fabbricante di olio di lino, George W. Campbell, pare non figurasse insieme al fratello minore Allen sul Social Register, la guida mondana americana dove invece facevano bella mostra di sé i cinque figli di primo letto di suo padre. Il genitore che riservava evidentemente alla prole trattamenti diversificati, se ne guardò bene anche dal dare un ballo per i diciotto anni di Jane che, dunque, non fu presentata alla migliore società newyorkese. D’accordo che dopo qualche anno il babbo perdette la sua fortuna nel crollo in borsa del I893, ma la ragazza che col fratello seguì la madre in Italia, a Roma, dove potevano vivere agiatamente al Grand Hotel, col piccolo capitale in dollari scampato al disastro finanziario, crebbe col complesso di Cenerentola che, secondo testimonianze dell’epoca, “s’intravedeva nel suo umorismo pungente”. Le ci voleva, come nella favola, un principe azzurro che puntualmente arrivò, corteggiandola, nemmeno a dirlo, nel corso di un ballo. Si trattava di Carlo di San Faustino, un grande nome della nobiltà romana perché il titolo di principe di San Faustino era stato dato dal Papa al marchesato Bourbon del Monte, la cui estrazione reale era testimoniata dai gigli di Francia impressi nello stemma. Ma non fu facile per Jane che non portava certo in dote quelle fortune in dollari che servivano a indorare i blasoni in disarmo, a farsi accettare dai genitori del principesco giovanotto dai malinconici occhi azzurri. La madre di Carlo, discendendo dalla gens Fabia il cui campione fu Quinto Fabio Massimo, il Temporeggiatore, obbligò il figlio che aveva chiesto Jane in matrimonio a prendere tempo. Insomma tra temporeggiamenti, rotture e riconciliazioni, Jane Campbell divenne principessa di San Faustino a trentaquattro anni suonati, un’età assai avanzata per quei tempi, dopo essersela svignata col suo Carlo in Svizzera per lo scambio degli anelli. Sarà per questo che, in seguito, ogni volta che un giovane dell’aristocrazia le presentava la promessa sposa americana, lei, immancabilmente, domandava: “Ma è ricca?” Ed aggiungeva che le americane senza dote sono come le vacche senza latte. Del resto suo genero Edoardo Agnelli la prendeva in giro dicendo che lei “non parlava che di soldi, come tutti gli americani”. Ecco, in questo, Gianni Agnelli che in vita sua non si è mai preoccupato di portarsi dietro il portafoglio, decisamente non le somigliava. Aveva ereditato però dalla nonna materna il gusto per i potins, per quei resoconti piccanti sul “giro” che hanno deliziato l’Avvocato fino alla fine, grazie al rifornimento garantitogli, all’alba di ogni giorno, dai fedelissimi “potiniersMario d’Urso, Giovanni Malagò, Roffredo Gaetani Lovatelli e via discorrendo. “Princess Jane”, come la chiamavano tutti, era un’autentica cultrice di pettegolezzi, a patto che fossero di prima qualità, si capisce. Basta leggere le sue memorie, affidate alla sua penna briosa e ficcante, per ritrovarne una gamma e per sorridere, che so, di Dorothy Dentice di Frasso, la nobildonna che importò a Villa Madama dove abitava l’allora giovane Gary Cooper, rivestendolo da capo a piedi, visto che era arrivato dal Nevada con addosso una terribile giacca color verde mela. Ed a proposito di abbigliamento, la nonna americana dell’Avvocato fu originale anche in quello, come lo è stato il nipote con le sue trovate dell’orologio sopra il polsino: divenuta presto vedova, non smise mai il lutto, vestendosi di nero in inverno e di bianco in estate. I veli, col passare degli anni, partivano dal capo dimodoché il volto si vedeva in trasparenza.

LA MADRE

Adesso che non c’è più Gianni Agnelli ad impedire gli adattamenti televisivi del libro “Vestivamo alla marinara” di sua sorella Susanna (il povero regista Mauro Bolognini avrebbe dovuto dirigere lo sceneggiato in quattro puntate se l’Avvocato non avesse acquisito i diritti di riproduzione rimborsando le spese del lavoro già eseguito) è possibile che venga portata sul piccolo schermo la storia di Virginia Bourbon del Monte. La donna che regalò all’Avvocato, dandogli la vita, il modo di essere fuori dal comune, il senso dell’edonismo, l’esuberanza, la fantasia e l’anticonformismo che se in Gianni Agnelli poteva apparire di maniera, in sua madre era certamente disarmante. “Bella, fragile, amante della gaiezza, totalmente priva di istruzione, di una generosità folle, sempre e fondamentalmente una ragazza”, come la descrive sua figlia Susanna, donna Virginia passava per una donna stravagante: per la sua libertà di linguaggio, perché circolava in abiti evitici sia sulla spiaggia privata di Forte dei Marmi che nella sua casa romana, perché con la sua chioma, tutta riccioli color oro, era dotata di uno charme irresistibile e non c’era uomo che avvicinandola, non si innamorasse di lei. Di questa bellezza la cui magnifica figura rimase snella e slanciata, nonostante le sette gravidanze e il cui viso botticelliano “lasciava presagire un destino non comune”, come scrisse nelle memorie sua madre. Ed in effetti la sua vita che sembrava avviata sotto i migliori auspici, quando ventiduenne andò sposa nella Basilica di Santa Maria degli Angeli al primo partito italiano rappresentato dal ventinovenne Edoardo Agnelli, fu in realtà particolare e anche piena di tormenti. Lasciamo stare l’accoglienza fredda che la buona società torinese riservò a lei che non senza soffrire era passata dalla Roma vivace ad una città seriosa che non le risparmiò critiche e pettegolezzi. Si arrivò a dire che donna Virginia dormiva in lenzuola di satin color pece con maligna allusione alla sua appartenenza alla aristocrazia nera romana che aveva chiuso, in segno di lutto, i portoni dei palazzi all’indomani della Breccia di Porta Pia, quando venne completata l’Unità d’Italia cui i piemontesi avevano dato un forte contributo. I veri guai però cominciarono più tardi quando, rimasta vedova in giovane età, la bella Virginia scatenò l’ira del suocero, il severo senatore Giovanni Agnelli, per la sua relazione con lo scrittore Curzio Malaparte. Lo sfondo di questa vicenda è la spiaggia di Forte dei Marmi dove gli Agnelli possedevano una magnifica villa che fu venduta, nel 1970 dall’Avvocato (pare per soli duecento milioni) con tutti gli arredi, compresa la biancheria, al signor Nino Maschietto che doveva annetterla, anni dopo, come casa-albergo al già esistente Hotel Augustus. Adesso in quelle ventisette camere, ombreggiate da un parco di alberi che fanno da tettoia alle lunghe estati, sbarcano i villeggianti che raggiungono la spiaggia attraverso una deliziosa galleria bianca, solcata da una striscia blu alle pareti. Fatta fare perché i bambini Agnelli non dovessero attraversare la strada quando vestivano alla marinara. Si può frescheggiare così anche nella stanza che apparteneva a donna Virginia o al numero IO, la camera dell’Avvocato. E non è escluso che con questa vendita, il “signor Fiat” abbia voluto disfarsi delle fastidiose memorie della love story materna così presenti in quel luogo. L’allora quindicenne Gianni, a differenza della madre, della nonna Jane, delle sorelle, non era rimasto irretito dal fascino di Malaparte, dai suoi denti scintillanti, dalla frangia delle sue ciglia scure, dal suo corpo bronzeo oliato da capo a piedi, dai suoi fantasiosi racconti. Lo trovava “leccato, profumato, olioso, enfatico”. In una parola gli era sommamente antipatico. Ma non esitò a mettersi dalla parte della genitrice quando il nonno ricorse addirittura alla magistratura per farsi affidare i nipotini sottraendoli a donna Virginia. Quest’ultima, intrepida, fuggì da Torino con tutta la sua nidiata. Roba da feuilleton. Fu bloccata dalla polizia sul treno, in piena notte, nei pressi di Genova. E mentre i bimbi venivano ricondotti a Torino, lei proseguì il viaggio per Roma dove si rivolse a Mussolini. Grazie all’intervento del duce, le ostilità tra suocero e nuora Agnelli (lei dovette promettere di porre fine alla sua relazione con Malaparte) conobbero una tregua per riprendere, dopo un anno, quando, decisa ad abbandonare il Piemonte per sfuggire all’insopportabile controllo del suocero , “quella madre praticamente squattrinata di sette figli che un giorno avrebbero ereditato una immensa fortuna”, come scrisse sua figlia Susanna, si trasferì con la prole a Roma, nella villa del Bosco Parrasio, sotto al Gianicolo, già sede dell’Accademia dell’Arcadia, col piccolo anfiteatro coperto di glicine e la sala da pranzo rotonda nell’antico battistero. Ancora una volta i poliziotti piombarono in quello “scrigno di rara bellezza” e, dopo aver letto l’ingiunzione del giudice che era stata temporaneamente accantonata, invitarono donna Virginia a consegnare i rampolli: dovevano essere rispediti a Torino e affidati al loro tutore legale, ossia al nonno. La signora, vinta, ma non doma, non si arrese e la battaglia nei tribunali fu aspra e lunga. Alla fine la spuntò la combattiva Virginia che ebbe dalla sua sempre i figlioletti, i quali, “deportati “ a Torino, misero in croce il nonno senatore, combinandone di tutti i colori. E la ribellione era guidata da Gianni che, dopo la vittoria della madre in Tribunale, fu pure il principale artefice della pacificazione della genitrice col nonno.
Ma, al di là delle pagine mondane e di quelle giudiziarie, donna Virginia animò anche una pagina di guerra. Quando fece cadere in estasi davanti a lei il colonnello tedesco Eugenio Dollmann col quale progettò di salvare Roma dalla possibile distruzione mediante un’intercessione del Papa presso le SS. Fu la signora, con l’efficienza che sempre mostrò nelle situazioni gravi, a combinare l’incontro tra il Sommo Pontefice e il generale Wolff, capo delle SS. Anche se Roma fu presa, quasi di sorpresa, di lì a poco senza che si sparasse un solo colpo. Tutto sommato Virginia Agnelli era stata al centro di un intrigo che alla fine si rivelò inutile. A lei però era costato un soggiorno nel carcere di San Gregorio dove l’aveva sbattuta la polizia politica cui evidentemente erano arrivate delle soffiate sulle interminabili conversazioni in inglese che si svolgevano nella sua dimora. Dire che inutilmente Dollmann l’aveva consigliata di mettere un freno alla sua anglofonia quando riceveva i suoi selezionatissimi amici, fra cui c’era, sempre lui, lo scrittore Curzio Malaparte. E fu lo stesso colonnello tedesco ad aiutarla ad uscire dalla prigione. Le suggerì di lamentare un’infezione alla gola. Avrebbe potuto così farla trasferire in ospedale. Indi accorse al suo capezzale accompagnato dal medico personale di Kesselring. “Era splendida nel deshabillè di pizzi di Venezia”, ha lasciato scritto nelle memorie Dollmann e, dopo che il medico amico ebbe accertato la “gravità” dello stato della signora, fu lo stesso colonnello ad offrirle il braccio ed a condurla, nel suo trionfo di pizzi, verso l’uscita dell’ospedale. Ma, ahimé, per una donna così particolare che niente e nessuno aveva tenuto a freno, era in agguato una fine banale: morì a soli quarantacinque anni in un incidente di macchina mentre si recava in Versilia per far visita a Curzio Malaparte. La vettura, una Fiat, aveva il sedile con lo schienale rinforzato da un arco di metallo. Su questo aggeggio, nell’urto, donna Virginia batté fatalmente il capo.
 

   
 

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